La valigia quasi vuota


Una vita passata a riprendere, a ripescare dal buco in cui si ficcavano con la testa e col corpo a mezz’aria,  si agitavano scomposti.
Braccia e gambe come mulini a vento.
Quel vento ce l’avevano in testa, poche volte era brezza leggera, sentivo il sibilare dalle orecchie come quando ti accosti a una conchiglia per sentire il mare, come c’hanno fatto credere da bambini e crediamo ancora.
Ma i loro pensieri facevano rumore.
Un rumore di vetri che si rompevano, un rumore di silenzi assordanti,  ronzii di emittenti mal sintonizzate.
Ci cadevano dentro.
Ed io li riprendevo.
Questo strano gioco diventato rituale, forse macabro scherzo.
Si divertivano.
Io no.
Sapevano che sarei venuta puntuale, il mio compito di una vita è stato la traghettatrice.
Traghettavo anime storte, fallate, acciaccate. Le portavo di là dove una speranza li aspettava,
li aspettava muta, contenitore da riempire.
Non sempre sapevano riempire.
Poi non servivo più.
Ognuno di noi ha un compito e poi non serve più all’anima che salva.
E me ne andavo come ero venuta, dal nulla arrivavo dal nulla scomparivo.
Lasciavo tracce di sogno.
La mia condizione mi era imposta non era scelta, era una specie di lavoro non pagato.
Mi pagavano in parole.
Me ne dicevano tante, anche belle e diverse a volte spietate.
Alcune accuratamente scelte, venivano dai piani alti, più alti della bocca.
Le ho sempre accettate e prese, moneta di scambio per un compito arduo.
Non mi sono mai lamentata perché sapevo che non sarebbe servito, c’è chi nasce facendo, chi nasce parlando, chi nasce illudendo e chi subendo.
Sono nata portando, fino a qui.
Poi ho preso tutte le lettere, ogni sillaba e promessa, ho raccolto tutte le idee da terra controllando bene in ogni angolo della casa.
L’ho fatto e le ho messe in una grande valigia che giaceva impolverata e vuota.
Ho chiuso quella stanza dietro la mia schiena, ho buttato via la chiave nel fiume che ho solcato mille volte.
Ho lasciato andare la barca alla deriva.
E un pezzo di me.