Entra, ti aspettavo




Entra, ti aspettavo.
Accomodati qui su questa bella poltrona, ho messo un plaid apposta per te. Fa freddo lì fuori.
Non mi serve nulla, grazie.
Facciamo due chiacchiere davanti a due calici e qualche buon boccone, ti va? 
Voglio lasciarti uno spazio di ristoro, un po’ di caldo.
Vorrei solo sapere qualche pezzo di te e vedere quelle rughe intorno ai tuoi occhi grandi e buoni. 
Vorrei sapere se anche tu hai dei desideri, un omone barbuto personale che cerca di esaudirli. 
Non ho bisogno di nulla, grazie ancora.
Nulla di materiale almeno, quello che vorrei certo tu non puoi farlo ritornare in vita, altrimenti questo vorrei. Poterla accarezzare ancora e ancora e poi ancora. Farle sentire tutto l’amore che ho per lei.
Sei quel tipo di magia che dona le cose e fa sorridere anche qualche adulto mai appagato.
Voglio sapere cosa provi quando vedi i bambini felici scartare i regali.
Lo sai anche tu che sono cambiate molto le cose vero?
Ormai è Natale quasi tutti i giorni per loro, tanto che non desiderano quasi più.
E’ diventata una farsa il pretesto dei doni sotto a un albero luccicante, una messa in scena che forse sparirà col tempo. Un po’ me ne dispiace.
Se riusciremo a tenerti vivo sarà per tremenda nostalgia. 
Nostalgia di quando non aspettavamo che le feste per strappare quelle carte colorate piene di sorprese. 
Onoravamo il monito di fare i buoni e di comportarci bene, se no non passavi. 
Ti facevamo trovare un buon bicchiere di latte caldo con la torta al cioccolato o i biscotti allo zenzero e cannella.
Solo alla Befana offrivamo il piatto di pasta con il bicchiere di vino, in cambio di una calza con dentro anche il carbone. E la mattina eravamo emozionati nel vedere i piatti spazzolati e i bicchieri vuoti. 
Emozionati e felici quando, ancora una volta, il mistero avveniva sotto i nostri occhi che non avevano visto ma la nostra fantasia aveva immaginato.
Tornando indietro nel tempo mi ritengo fortunata, perché ancora mi guadagnavo i desideri con il tempo e le azioni. 
Cosa impensabile ora.
Non tornerei più bambina. Non ora e non così.
Perché ciò che ora chiamano resilienza noi l’abbiamo sottopelle, una forma congenita dell’arte di adattarci alle avversità della vita in modo onorevole, di tirar fuori le forze che non sappiamo di avere, a testa bassa.
Di attraversare un letto di vetri rotti o passare attraverso i cerchi di fuoco, o più semplicemente, camminare dentro al dolore senza restarci.
Anche parecchi adulti di ora soffrono di una terribile pena. 
Una cancrena dell’animo che li rende insoddisfatti di tutto dopo aver ottenuto una cosa nuova o una persona nuova, tanto è lo stesso.
Non so davvero darti spiegazioni, non so dirti il perché succede.
Nemmeno tu sei il Babbo Natale di una volta, porti un sacco nero. 
Scusami ma sembra la spazzatura del mondo. 
E la tua faccia, è di chi ha sofferto e soffre ma è un uomo libero. 
Ti comprendo. 
Chiunque abbia la consapevolezza di dove si trova, in mezzo a chi e a cosa non può che avere che la tua faccia, e forse anche la mia.
Ti vedo triste, mi dispiace, non badare alle mie amarezze.
Il fatto che tu ci stia provando ancora a rendere bello un sogno ti rende unico, lo sai?
Beviamoci un altro bicchiere e facciamoci un sorriso sghembo. Alle volte aiuta.
Ti offro un altro po' di tempo per riposare, 
per non fare nulla. 
Lasciali aspettare tutti lì, 
scalpitanti,
nella tua attesa.
E passa quando vuoi, anche se non è Natale.
Anche senza sacco nero.