Lo specchio





Da quanto tempo non si guardava allo specchio veramente lo sapeva solo lei.
Quel giorno si alzò prima, non riusciva a riaddormentarsi per i fatidici 10 minuti che anticipano una sveglia già mattiniera. Entrò in bagno, accese tutte le luci che aveva a disposizione, e si guardò.
Dapprima vide un viso sfatto, il gonfiore delle palpebre da ritenzione idrica, si analizzò nemmeno fosse un dermatologo. Quella ruga, sì quella sopra il labbro superiore, quella non c’era l’ultima volta che si era guardata, com’era possibile che una ruga si fosse insinuata vigliaccamente approfittando della sua distrazione, eppure era là, un solco verticale, quei solchi che fanno sbavare il rossetto dopo poco che te lo sei messo. Lo stendi ed esso, invece che rimanere nei margini di una matita che fa da argine, esonda nel piccolo rivolo di letto possibile con il calore delle labbra.
Sembrava quasi sensuale come immagine se non fosse stata una piccola tragedia interiore.
Non si guardava più da mesi, le parve un secolo.
Alla mattina i piccoli rituali non erano uno scrutarsi ma gesti automatici.
La detersione del viso, il passarsi la crema. Non sempre si truccava o lo faceva molto distrattamente, non più attenta come un tempo ai colori che avrebbe indossato facendo in modo che si sposassero, senza fare a pugni, con le tonalità dei cosmetici.
Era cambiato qualcosa dentro di lei, come se tutto ciò che prima aveva un senso ora non lo avesse più. Insomma come se il farsi bella, il curarsi dei dettagli, fosse diventato irrilevante.
Come se contasse altro che l’abbinamento dello smalto con la vernice dell’auto e perversioni del genere. Oh, conosceva donne che ancora ci badavano, che non uscivano di casa senza essere perfette. Dalla borsa, al guanto, dal profumo al tacco.
Ma quanti di questi gesti femminili erano fatti per soddisfare un appagamento interiore e quanto erano fatti per suscitare solo sguardi di ammirazione? A qualsiasi età.
Un po’ questo fatto, da sessantottina nell’animo, la infastidiva. Plotoni di donne affermate che per un complimento avrebbero camminato con tacco 12 per tutta l’Appia Antica soffrendo come cani.
Ad un tratto non le capiva più, come non fosse mai stata donna.
Dov’erano tutte le teorie espresse nei secoli in cui se una donna era bella lo era anche senza trucco e senza inganno?
Svanivano davanti alla naturalezza di un seno morbido dovuto all’aver allattato un figlio, davanti ai primi capelli bianchi, alla morbidezza acquisita negli anni, ad una menopausa arrivata.
Fece tutti questi pensieri mentre ringraziava la sua ruga nuova, la ringraziava per non averla avvisata, per aver fatto da sola, per essersi fatta spazio tra le carni.
In fondo era un letto di fiume e i fiumi sono infinitamente vivi.
Si lavò e si sistemò. E si vide bella, nonostante la giovinezza se ne fosse andata a rovinare vite altrui.
Lei che l’aveva amata tanto da non trattenerla lasciando arrivare l’autunno.
In testa le risuonavano parole che venivano da dentro, mentre chiuse l’uscio di casa continuò a ripeterle.

Vorrei avere il vento tra i capelli, sentire il rumore della vita che scorre
e sapere che quello è il momento, non prima non dopo.